ALDO TARRICONE INVESTIGAZIONI NUMERO VERDE 800.018.608
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MASCHERE, ESPLOSIVI E PISTOLE VIAGGIO FRA I SEGRETI DELLE SPIE
WASHINGTON - «Noi eravamo Q», spiega Jonna Mendez, ex capo della sezione travestimenti della Central Intelligence Agency, la Cia, riferendosi all' immaginario scienziato britannico che mette a punto fantasiosi e insospettabili gadget per l' agente segreto 007. La signora Mendez e il marito Antonio sono diplomati dell' Office of Technical Affairs della Cia: in quello che chiamano "il regno magico" mettevano a punto oggetti multiuso, documenti falsi e travestimenti. Ma, a differenza di Q, che si limitava a spiegare l' uso degli strumenti a James Bond, «noi - dicono - non avremmo mai lasciato che un agente segreto distruggesse uno di questi congegni: saremmo andati dietro a James, per accertarci che sapesse come usarli correttamente».Qualche tempo fa i Mendez hanno avuto un nuovo incarico: hanno aiutato a concepire il nuovo museo internazionale dello spionaggio, un' opera costata 40 milioni di dollari che sarà inaugurata domani in un edificio a pochi isolati di distanza dal quartiere generale dell' Fbi a Washington. Il museo raccoglie oggetti, installazioni interattive e mostre multimediali. Tra i vari congegni esposti, si possono ammirare un soprabito con la lente di una macchina fotografica inserita in uno dei bottoni e l' otturatore in tasca, una pistola a un colpo alloggiata nello stick di un rossetto - conosciuta in gergo come "il bacio della morte" - un ceppo di legna esplosivo e una macchina modello Aston Martin DB5, simile a quella guidata da James Bond in Goldfinger, che però non ha un sedile d' espulsione e non produce fumo. Sebbene il museo non abbia alcun rapporto ufficiale le agenzie di intelligence americane, la Cia si è resa disponibile a dare aiuto, forse con la speranza di rinverdire la propria immagine. Il comitato consultivo del museo annovera oltre ai Mendez e a Melton, l' ex direttore dell' Fbi e della Cia William H. Webster, e l' ex generale del KGB Oleg D. Kalugin, famoso per aver organizzato l' eliminazione di un dissidente bulgaro con un ombrello avvelenato.
I Mendez hanno lavorato insieme a un team di designer specializzati in allestimenti di mostre: rendere pubblico il segreto mondo dello spionaggio, hanno spiegato, significa metterne in mostra tutta la teatralità: «Un attore è la spia migliore» ha scritto Mendez una volta. Nei suoi anni alla Cia la signora Mendez ha lavorato con macchine fotografiche grandi quanto una capocchia di spillo e con le maschere facciali. Una volta fece visita travestita al primo presidente Bush e a un tratto si tolse la maschera che aveva sul volto, per mostrare allo stupefatto presidente i progressi dell' arte del camuffamento. «Con la maschera - racconta - mi ero ringiovanita e mi ero resa molto più carina: inoltre mi ero tinta i capelli del colore che avevo sempre sognato». Da parte sua, Antonio Mendez ha diretto le operazioni di intelligence a Mosca e nel sudest asiatico durante la Guerra del Vietnam. Il clou della sua trentennale carriera arrivò nel 1979, quando riuscì a far uscire clandestinamente dall' Iran sei impiegati dell' ambasciata americana durante il regime dell' ayatollah Khomeini. Gli addetti dell' ambasciata furono fatti passare per membri di una produzione cinematografica in cerca di luoghi per girare: per rendere la storia più credibile, Mendez arrivò a comprare spazi pubblicitari per il film su Variety. Mendez incontrò Jonna Heistand, che più tardi divenne sua moglie, nel corso di un' operazione a Bangkok: Antonio andò in pensione nel 1990, nel 1991 i due si sposarono e l' anno successivo anche la moglie lasciò il lavoro.
Ora si augurano che il museo aiuti a correggere le fantasticherie sul mondo dello spionaggio. «Vogliamo far capire che le spie non sono soltanto romantici cowboy pronti a lanciarsi in azione» dicono. «Nello spionaggio ci sono metodo e lunga pianificazione. Ci sono spie che vanno a dare la scalata a un tetto, ma ci sono anche quelle che hanno un lavoro più sedentario e trascorrono il tempo a studiare». Poiché molti degli oggetti esposti per loro stessa natura mascherano la loro reale funzione, e poiché sono di dimensioni piccolissime, tanto da poter essere inseriti nei tacchi delle scarpe o in tasca, c' è una sezione nella quale il loro uso è documentato da filmati e video. Il percorso all' interno del museo costituisce un vero viaggio nel mondo dello spionaggio: una parte importante dell' allestimento è la presentazione. Appena entrato il visitatore si ritrova all' interno della "scuola per spie" dove deve scegliere il personaggio nel quale si vuole identificare. Più tardi, viene interrogato sulla sua copertura: su un muro è scolpita la frase «Non tutto è ciò che sembra».
Durante la visita, da altoparlanti nascosti lungo il percorso arrivano strane voci: alla fine il visitatore scoprirà che le sue azioni sono state filmate. Una stanza del museo riproduce la biblioteca di Feliks Dzerzhinski, il primo capo della polizia segreta sotto Lenin, nella quale molti russi furono interrogati o torturati. Dzerzhinski, da cui prende il nome la piazza di fronte all' ex quartiere generale del KGB, fu pioniere nell' applicazione dei moderni metodi di intelligence all' intera società, e determinò un modello al quale in seguito si ispirarono il KGB, la Gestapo e la Stasi. I visitatori, scendendo lungo una scala ed entrando in un simbolico bunker anti-radiazioni nucleari, proveranno il brivido di passare dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda. Una stretta sala è dedicata alla città di Berlino durante la Guerra Fredda. Il giro si conclude con l' arrivo all' Ops Center, dove al visitatore vengono date informazioni sull' attuale situazione nel mondo dello spionaggio e nuove rivelazioni.
Fonte: www.repubblica.it (Copyright New York Times - la Repubblica Traduzione di Anna Bissanti) - Phil Patton.
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